venerdì 15 gennaio 2021

Mafia e Seconda Guerra Mondiale: quando Lucky Luciano aiutò l'America a entrare in Sicilia


In molti conosciamo piuttosto bene la figura di Lucky Luciano, potente e storico boss della mafia italoamericana considerato come il vero fondatore di Cosa Nostra in Usa, applicando il sistema dominante delle cinque famiglia di New York come i Gambino, i Lucchese, i Colombo, i Bonanno e i Genovese, di cui è stato capo per alcuni anni prima del suo arresto nel 1936 per sfruttamento della prostituzione.

Durante la stesura della mia tesi di laurea in Informazione Editoria Giornalismo a Roma, concentrai tutta la mia attenzione sul fenomeno mafioso nel Nuovo Mondo e su come era stato affrontato dai giornali italiani. La figura di Lucky Luciano però mi colpì in maniera molto analitica perché egli non era solo uno dei criminali più pericolosi al mondo ma, stando alle fonti, sarebbe stato la chiave di Volta per l'ingresso delle truppe americane in Sicilia, per porre fine all'orrore nazifascista in Italia e in Europa

Lucky Luciano era noto a tutti come lo "zar del vizio"


Chi era Lucky Luciano?

Ricostruire tutto il percorso biografico di Salvatore Lucania (questo il suo nome all'anagrafe) sarebbe un lavoro eccessivamente lungo e contorto ma possiamo dire che il suo ruolo negli anni del Proibizionismo è stato fondamentale visto che riuscì ad avviare rapporti e collaborazioni insieme ai gangster più potenti del ghetto ebraico di New York. Uno su tutti il famoso Meyer Lansky senza dimenticare anche Bugsy Siegel e Dutch Schultz.

Una foto di Meyer Lansky


A lui è dovuta anche la nascita di Al Capone, un criminale di origini campane che non poteva ambire all'affiliazione nel sistema mafioso siciliano in America. Non poteva fino a quando Luciano non decise di fare un piccolo strappo alle regole. New York è sempre stato una città enorme e difficile da gestire viste le mille possibilità che offriva, quindi mettere le mani su Chicago si rivelò impresa molto ardua e dura. Essendo Al Capone cresciuto proprio a Chicago e avendo un temperamento molto violento, manipolatore e maniacale, Lucky Luciano decise di farlo entrare nella famiglia e mettere a capo della metropoli statunitense. 

Al Capone

Dopo una lunga ascesa fatta di morti, corruzione e affari di ogni tipo, il primo aprile 1936 la Polizia di New York riuscì ad arrestare il famoso criminale che fu successivamente processato e condannato dai trenta ai sessant'anni per sfruttamento della prostituzione. Per Luciano e i suoi fidati sottoposti sembrava la fine del loro impero e invece il 1942 sarà l'anno della possibile rinascita. 


Il coinvolgimento nella Seconda Guerra Mondiale

Il servizio informazioni della Marina degli Usa si mise in contatto con Lucania per ricevere aiuto sulle indagini legate al sabotaggio di diverse navi nel porto di Manhattan, tra cui il transatlantico SS Normandie, affondando nelle acque dello Hudson. Per quanto molti storici della mafia siano sempre stati scettici su suo coinvolgimento, molte altre fonti accertano che Luciano aiutò l'esercito a stelle e strisce a penetrare in Sicilia per combattere contro i tedeschi. 

A dirla tutta, facendo delle ricerche più dettagliate, sembrerebbe che a volere la partecipazione di Lucky Luciano sia stato anche J.Edgar Hoover, allora capo dell'Fbi (Federal Beaureu Investigation). Una delle tante motivazioni del coinvolgimento di Lucky Luciano sarebbe stata la terribile ferita lasciata dall'attentato di Pearl Harbor, avvenuto il 7 dicembre del 1941. 

J.Edgar Hoover

Ad ogni modo, elencati i possibili motivi che gettarono poi le basi per l'Operazione Husky (svolta nel 1943) tali teorie troverebbero fondamento da una serie di decisioni prese in seguito: alla fine del secondo conflitto mondiale, Luciano fu scarcerato e poi espulso dagli Usa per poi essere trasferito prima nel carcere di Genoa e poi a Napoli, dove terminò i suoi giorni fino al 1962  da uomo libero. 


La ricostruzione storica dei fatti (estratto dalla mia tesi)

I rapporti tra Usa e Italia, soprattutto dopo l’operazione Mori, erano decisamente buoni e le cose rimasero tali anche negli anni della guerra intrapresa dal regime fascista in Etiopia. La situazione cambiò radicalmente quando ci fu l’attacco giapponese a Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941, seguito dalla dichiarazione di guerra di Mussolini agli Usa

Adesso il problema degli italiani nel nuovo mondo si faceva sempre più grande perché erano chiamati a scegliere tra il loro paese di origine e il paese che gli stava offrendo un futuro. Le Little Italies furono viste, quindi, non solo come i quartieri della criminalità organizzata ma anche come quartier generale dei nemici politici. Gli italiani riuscirono a fronteggiare la situazione promettendo fedeltà e sostegno al popolo americano: i gangster su tutti, giocarono un ruolo fondamentale sia nella protezione nazionale sia per la lotta al nemico nazifascista in Europa

Nel 1940, Dixie Davis stava rilasciando nuove testimonianze, durante le quali sostenne che la gang per la quale lavorava aveva ai suoi vertici due gangster come Anastasia e Mangano (senza però capire chi fosse effettivamente il boss), il quale, aveva un peso non indifferente nella sezione politica e sindacale (il leader dell’ILA, Camandra, era suo parente) e in quella commerciale perché il porto di New York rappresentava il punto di incontro tra il vecchio e il nuovo mondo e per i loro affari. Mangano era quindi il capo della Commissione e leader del Grand Council, cioè il settore siciliano della seconda ondata che si fece autentico gruppo dirigente.

Mangano

Anastasia



La nostra inchiesta si ferma qui perché nel ’41 accaddero due fatti importanti: Abe Reles, killer di Brownsville e potenziale testimone indicato da Davies, morì dopo uno strano incidente; lo scoppio della seconda guerra mondiale, inoltre, vide Anastasia arruolarsi nell’esercito col grado di sergente specializzato nell’addestramento di scaricatori (il servizio prestato gli valse alla fine del conflitto bellico la cittadinanza americana).

Questo passaggio fu simbolico perché il porto divenne luogo di pianificazione dello sforzo bellico poiché gli inquirenti cercavano di stabilire e garantire i contatti con alleati e luoghi di operazioni lontani. Giravano voci su traditori del popolo americano che passavano informazioni e sommergibili al nemico tedesco e il panico toccò il suo picco quando nel febbraio ’42 fu incendiato il piroscafo Normandie

L’evento provocò l’immediata reazione del comandante Charles R. Haffenden, direttore dell’ufficio newyorkese dei servizi segreti della Marina che, in passato, aveva lavorato nell’industria metropolitana delle costruzioni, da anni affidato ai criminali con lo scopo di mantenere l’ordine in alcuni settori. Tale esperienza risultò utile per Haffenden che decise di sfruttare il porto per attuare il Progetto Underworld: prima di tutto, convocò lo czar Socks Lanza che accettò di collaborare per il bene della patria e senza accettare compensi; poi lo stesso Lanza consigliò al comandante di ingaggiare anche Lucky Luciano, suo referente ai vertici dell’underworld.  

Joseph "Socks" Lanza

Con questo progetto, Haffenden  riuscì a creare dei contatti con l’ILA allo scopo di utilizzare i pescherecci per spiare i sottomarini tedeschi. Secondo le ricerche compiute successivamente, il Progetto Underworld presentava almeno tre spiegazioni possibili: 

  • prima, intendeva difendere il porto di New York da sabotatori e sottomarini tedeschi; 
  • seconda, voleva controllare la forza lavoro impegnata sui dock mediante l’asse tra ILA e Marina
  • terza, si trattava di una strategia utile per porre Lucky Luciano sotto una nuova luce di fronte all’autorità e all’opinione pubblica. 

Tuttavia, nonostante le promesse di Frank Costello che voleva la liberazione dell’amico in cambio di informazioni riguardanti la sicurezza nazionale, nonostante la buona condotta e l’utilità dello stesso Luciano, Haffenden non riuscì a ottenere la scarcerazione del boss, almeno fino a quel momento. 

Tornando al progetto, possiamo dire che esso presentava una quarta spiegazione: secondo le fonti pubblicistiche e giornalistiche, Luciano avrebbe giocato il ruolo di mediatore stringendo un patto con i servizi segreti e la mafia siciliana, un accordo che avrebbe permesso agli Usa di sbarcare agevolmente in Sicilia e avviare la liberazione dell’Italia tramite l’Operazione Husky, il primo sbarco in Europa delle truppe angloamericane schierate in Nordafrica (9 luglio 1943)

C’è da dire però che la storia di un coinvolgimento della mafia nelle strategie belliche degli Stati Uniti per la liberazione dell’Italia e dell’Europa dal nazismo, presenta parecchie contraddizioni: in realtà, queste informazioni risultano molto strane visto che i documenti dell’FBI non dicono che le trame newyorkesi si siano risolte in un contributo alla pianificazione dell’invasione e non risulta che prima dello sbarco gli alleati abbiano inserito in Sicilia agenti segreti capaci di portare avanti trattative del livello presupposto dai sostenitori del complotto. 


L’unica cosa certa è che un comando sbarcò a Gela insieme ai reparti della prima linea, con il compito di contattare i mafiosi già espulsi dagli Stati Uniti. Michele Pantaleone, esponente del partito socialista di Villalba, sostenne che gli aerei alleati, prima dell’invasione, avrebbero gettato fazzoletti ricamati con una “L” cucita, una lettera che probabilmente corrispondeva a Luciano, colui che stava dietro l’operazione militare americana "coordinata dal capomafia Calogero Vizzini" (Pantaleone 1962:48). 

Calogero Vizzini

Tuttavia, sempre da Villalba arrivarono testimonianze oculari diverse da quella di Pantaleone. Per concludere, Lucky Luciano dichiarò di avere bluffato non solo per presentarsi agli inquirenti come protettore del porto di New York ma anche per proporsi come consigliere per l’invasione della Sicilia, "di quell’isola da cui mancava dall’infanzia, dove non conosceva nessuno" (Gosh/Hammer 1975:60-61). 

Molto probabilmente, gli Usa sbarcarono in Sicilia per una mera scelta basata su motivazioni politiche e militari che non avevano nulla a che fare con la mafia la quale, forse non ebbe nessun peso nemmeno nello svolgimento dell’operazione, anche se questo non vuol dire che gli americani non l’avessero incontrata. La Marina e le truppe italiane si appellarono a ragioni legate alla crisi del fascismo, dei suoi rapporti con la monarchia e l’opinione pubblica. Un altro elemento contraddittorio emerse quando il britannico Rennel-Rodd, massima autorità dell’AMGOT (Allied Military Government), accuso gli americani di aver sfruttato un personale mafioso americano: Nick Gentile

Nick Gentile

Gentile, che viveva in provincia di Agrigento in quegli anni, si offrì come interprete del comando americano dove strinse amicizia con l’ufficiale comandante Maeder Monroe e con il tenente Max Brod che gli risparmiò la galera quando Rennel chiese ed effettuò la sua incarcerazione. Il racconto di Gentile ci lascia alquanto scettici perché è difficile pensare che le autorità militari non sapessero chi fosse lui o chi fosse Genovese (che servì per penetrare e liberare la Campania). Certamente, gli inglesi, che tanto avevano criticato gli americani riguardo il loro utilizzo di esponenti mafiosi, non furono certamente più corretti e democratici visto che puntarono sulla Chiesa e sull’aristocrazia della società siciliana

Vito Genovese

Qui emerge una variabile politica: molti dei sindaci di nomina alleanza simpatizzavano per il MIS (Movimento per l’indipendenza della Sicilia), all’interno del quale si stavano inserendo importanti mafiosi come Vizzini. Questa strategia si rivelò una vera e propria novità visto che la mafia era sempre stata unicamente inserita negli apparati del potere, senza creare un partito. 

Anche in quell’occasione, l’onorata società si trovava in perfetta sintonia con una parte della classe dirigente agrario-notabilare che risaliva al periodo prefascista, ben rappresentata ai vertici del MIS e che nella giuntura segnata dalla crisi dello Stato nazionale si stava esponendo per l’indipendenza dell’isola. Detto ciò, né l’AMGOT, né altre agenzie sostennero la possibilità di distaccare l’isola dall’Italia e la sua annessione agli Usa, mentre i separatisti puntarono a presentarsi come fiduciari degli americani. 

Con il compimento dell’operazione avanzata da Haffenden, l’avvocato di Lucky Luciano chiese la liberazione pattuita con il comandante per i servizi prestati durante gli anni della preparazione dello sbarco in Sicilia. Nel 1946, Luciano uscì di prigione con quasi quarant’anni di anticipo, dopo la scarcerazione fu espulso dagli Usa e immediatamente rispedito in Italia ma prima, ricevette una clamorosa cerimonia di omaggio presso il molo di New York da tutti i suoi colleghi mafiosi. La liberazione del boss ebbe serie ripercussioni sull’opinione pubblica e Dewey cercò, in passato e in più occasioni, di bloccare il processo e impedire che egli tornasse a piede libero. 

New York Times, 13 aprile 1947


Corriere della Sera 30 aprile 1947

NYT, 15 maggio 1974



Alcune voci sostenevano addirittura che l’operazione Luciano fu realizzata grazie allo stanziamento di 250.000 dollari da parte dell’Unione Siciliana. In ogni caso il gangster tornò in Italia e fu piazzato a Napoli ma la cortesia ricevuta dai magistrati statunitensi non gli servì da insegnamento, infatti, dopo un anno, Luciano si recò a Cuba dove, insieme all’amico Lansky, aveva intenzione di partecipare alla gestione di casinò e commerci di varia natura che coinvolgevano ancora una volta ebrei e italiani. 

Il Narcotic Bureau, grazie alle autorità cubane, riuscì a riacciuffare Luciano e a rispedirlo nel paese natio: fu in quel momento che capì che non avrebbe più potuto piazzare i propri affari nel nuovo mondo. Di conseguenza, si recò diverse volte in Sicilia, intenzionato a farsi strada sfruttando la fama che lo precedeva dopo le sue imprese americane e sfruttando le amicizie che vantava con i criminali della seconda ondata. 

Non a caso nel ’48 si incontrò a Palermo con l’amico Carlo Gambino con il quale stipulò un accordo sulla divisione del lavoro che poteva concretizzarsi utilizzando sia il talento le capacità organizzative americane e sia la forza dell’apparato mafioso italoamericano, cioè da un lato si ebbe la fornitura dell’eroina (direttamente dalle industrie farmaceutiche del Nord Italia) e dall’altro, questa sarebbe stata piazzata a New York tramite gli immigrati clandestini utilizzati come corrieri. 

Per quanto riguarda i suoi affari, venivano trattati dal Banco di Sicilia Trust Company, corrispondente americana della banca pubblica siciliana, ma non si venne mai a sapere di cosa si trattasse, per questo motivo gli inquirenti conclusero che "le sue connessioni con i funzionari della banca erano troppo intime per consentire un’indagine sui suoi affari" (FBI 1957:9). 

In altri casi, invece, fu coinvolto nella costruzione dell’ippodromo di Palermo e nella vendita del parco di d’Orleans all’università, operazione dalla quale i gabellotti guadagnarono elevate somme di denaro poi destinate al mercato dell’eroina.

La figura di Lucky Luciano si dimostrò dunque molto paradossale visto che gli americani, con il suo arresto, avevano celebrato la vittoria della legge sulla criminalità ma nel contempo, lo avevano liberato ributtandolo in quella mischia che, direttamente dal vecchio mondo, lo aveva ritrasformato in quel potente arci-nemico che minacciava con la droga la moralità e la salute delle società.

11 commenti:

  1. Ottima ricostruzione, Pakos. L'elemento che mi ha affascinato di più è il lancio...di fazzoletti. Per il resto sarà verità o mito? Il dubbio mi è rimasto :P

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  2. Alla fine è vero perché molti esperti che ho intervistato hanno tutti confermato la veridicità della cosa. Inoltre, la scarcerazione di Lucky Luciano parla da sè

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  3. Ma Lucky Luciano non era Moggi?

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  4. Caspita che articolo, complimenti. La figura di Luciano per me è molto confusa e mi è davvero servito questo approfondimento. Io non credo che le forze militari americane avessero bisogno di infiltrazioni mafiose per sbarcare in Sicilia durante la seconda guerra mondiale ma bravo lui che sembra riuscì a beffare la giustizia americana e a tornare da uomo "libero" in Italia.

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    1. Invece posso dirti che ne hanno avuto bisogno e come. Alla fine la cosa è stata confermata! Purtroppo la Germania nazista aveva chiuso molti sbocchi per gli Usa e se ci fai caso tutto non avviene per caso: la chiamata a Luciano e l'entrata in Sicilia, dove partì l'operazione Husky. Dopo, Lucky Luciano è stato mandato via senza nemmeno scontare tutta la pena in Usa.

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  5. Come ti dicevo qualche giorno fa, tutto ciò che è inerente alla mafia mi affascina molto, ma non ho una cultura tale da conoscere i nomi dei boss mafiosi più importanti della storia.
    Difatti, non avevo mai sentito parlare di Lucky Luciano, né del suo ruolo nella "nascita" e nell'ascesa di Al Capone.

    Complimenti a te per la stesura di una tesi di laurea così approfondita e storicamente rilevante.

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  6. 700 pagine in soli due mesi e mezzo!

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  7. Sicuramente la mafia ebbe un ruolo rilevante nello sbarco in Sicilia degli Angloamericani (perlomeno per il controllo e la sicurezza dei territori liberati). Pure io ricordo di aver visto in qualche documentario affermare che Luciano avesse fornito manodopera e sicurezza per i cantieri navali.

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    1. Sì ma poi non servono altre conferme per collegare tutto gli avvenimenti tra loro e dedurre che la mafia realmente ebbe delle implicazioni

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  8. Bell'articolo! Pensa che io questa cosa della mafia con un ruolo nello sbarco in Sicilia delle truppe alleate la conoscevo grazie ad un documentario visto sulla RAI almeno venti anni fa (forse un Correva l'anno, quelli che presentava Mieli?)! Ricordo che nel documentario dicevano che la popolazione accolse le truppe al grido W gli alleati! W la mafia!

    Come sempre, difficile verificare l'attendibilità della cosa...

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    1. Beh intervistando diversi giornalisti, storici e mafiologi a quanto pare è tutto vero o almeno in buona parte. Tra l'altro, come ho detto in più occasioni, se mettiamo insieme i vari pezzi della storia penso che i dubbi tendano a calare vistosamente

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