mercoledì 27 gennaio 2021

[Giorno della Memoria] Maus: il racconto a fumetti dell'Olocausto secondo Art Spiegelman



In occasione del "Giorno della Memoria" (oggi, mercoledì 27 gennaio) voglio parlare di questa ricorrenza legata alla commemorazione delle vittime dell'Olocausto con un'opera che in molti sicuramente conoscono: Maus di Art Spiegelman. Si tratta di un romanzo a fumetti che ripercorre la vita dei genitori dell'autore nel periodo passato nei campi di concentramento di Majdanek e di Auschwitz.

Il protagonista infatti è Vladek Spiegelman, un ebreo polacco che negli anni '70 decise di concedere al figlio una lunga intervista per permettergli di creare una storia a fumetti sulla Shoah. Ormai da anni gli Spiegelman vivevano negli Stati Uniti e proprio qui si erano rifatti una vita. Tuttavia, la moglie di Vladek e madre di Art, Anja, morì pochi anni prima (1968) dopo essersi suicidata per depressione. I motivi del gesto non sono mai stati chiari ma non si è mai escluso che la donna soffrisse ancora per le barbarie subite nei campi di concentramento. 




La pubblicazione

In principio, "Maus: A Survivor's Tale" fu pubblicato negli Stati Uniti a puntate sulla rivista Raw a partire dal 1981 fino al 1990. Poco dopo, Spiegelman avviò la pubblicazione di due volumi tra il 1986 e il 1991 con qualche vignetta aggiuntiva che parla di alcuni momenti personali della vita dell'autore. In Italia il fumetto arrivò con i semplice titolo "Maus" e fu pubblicato tra il 1989 e il 1992 per poi essere ristampato anni dopo in un unico libro (Rizzoli prima ed Einaudi dopo). 



Il fumetto: la Shoah cambia le persone

Si tratta di un graphic novel autobiografico e con una narrazione che alterna i racconti di Vladek (unico testimone di quei fatti sopravvissuto) con altri episodi del passato (prima e dopo la Shoah) per poi catapultare il lettore nel presente della trama (gli anni '70) e fatti di vita quotidiana. Quindi, oltre alla vita da deportato costretto a vivere ogni giorno sotto l'ombra mortifera della svastica, vediamo anche la difficile convivenza tra l'anziano e la sua nuova compagna, Mala (anche lei ebrea), senza dimenticare anche il conflittuale rapporto con il figlio Art che decise di usare la sua opera anche per mettere nero su bianco i difetti sia suoi sia del padre. 

La cosa che più colpisce però non è solo il dramma del protagonista e di sua moglie Anja ma anche le inevitabili conseguenze nefaste che la persecuzione degli ebrei ha esercitato sulla loro psiche, mostrandoci un Vladek completamente diverso rispetto a quando era giovane e con una visione della vita davvero spietata. Da onesto e solido lavoratore ricco e benestante, Vladek vide tutta la sua famiglia sterminata dalla furia nazista: sia lui sia la moglie dovettero separarsi da ogni affetto, soprattutto da quello del loro primogenito Richeu, avvelenato da una sorella di Anja per non farlo cadere nella mani dei loro carnefici. 

Art Spiegelman da piccolo insieme ai genitori


Uomini e animali

Per rendere al meglio la cattiveria e la crudezza della storia, Art Spiegelman ebbe l'idea di disegnare tutti i personaggi dell'opera usando degli animali antropomorfi, ognuno dei quali avrebbe avuto un significato. Ad esempio, gli ebrei sono stati disegnati come topi mentre i nazisti come gatti: i felini infatti sono da sempre i peggiori nemici di questi roditori che però sono simili a quelli da laboratorio e non hanno alcun legame con i ratti. Gli americani ovviamente sono stati rappresentanti come cani (peggiori nemici dei gatti nazisti). 


Nel fumetto infatti c'è una scena dove vediamo i fuggitivi Vladek e Anja nascosti in una casa. Intravedono appunto dei ratti che vengono descritti come creature orribili e portatori di malattie. I topolini bianchi invece non sono pericolosi a tal punto, anzi sono cavie da laboratorio e gli in un certo senso furono sfruttati nei campi di concentramento come animali indifesi. C'è una particolare metafora di vita dietro alle vignette di Art Spiegelman

I polacchi non ebrei invece sono stati raffigurati come maiali, forse in riferimento al fatto che molti di loro tradirono i loro connazionali ebrei in occasioni delle deportazioni, per non parlare del fatto che in alcune piccole città della Polonia le violenze antisemite furono portate avanti proprio da alcuni cittadini polacchi anche dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. I francesi invece sono rane, i russi orsi e gli svedesi renne (questo perché Vladek e Anja si trasferirono a Stoccolma dopo la Shoah e qui nacque anche Art). Una delle difficoltà dell'autore infatti era come disegnare sua moglie Francoise, dato che lei è francese: alla fine la scelta ricadde ugualmente su una topina dato che la donna di convertì all'ebraismo per poter sposare il marito e compiacere il suocero. 


Il titolo

A tal proposito, visto l'escamotage degli animali e in particolare dei topi per spiegare il dolore degli ebrei, vediamo anche perché il fumetto è stato intitolato "Maus". Si tratta di un gioco di parole che collega le parole tedesca maus (topo) e raus (fuori!): quest'ultimo era il comando rivolto ai deportati e usato dai Kapò e dai soldati delle SS


La trama in breve

Quando era giovane, Vladek Spiegelman viveva inizialmente a Czestochowa dove viveva da solo e lavorava nel settore commerciale dei tessuti. Dopo aver conosciuto Anja decide di trasferirsi a Sosnowiec dove riesce ad aprire una fabbrica di calze e tessuti grazie all'aiuto del suocero che è un ricco uomo d'affari. In poco tempo si crea un vasto nucleo familiare di religione ebraica che verrà risucchiato dal vortice delle leggi razziali volute dal regima nazista di Hitler

Vladek Spiegelman, padre dell'autore


Dopo aver combattuto per un breve periodo in guerra, Vladek torna dalla sua famiglia ma ben presto dovrà fare i conti con le deportazioni. Vedrà morire i suoi genitori, i suoceri, i nonni di Anja e apprenderà la triste fine del figlio Richeu (ancora piccolo). Tra uno spostamento e l'altro, lui e la moglie verranno divisi ad Auschwitz, dove Vladek farà di tutto per sopravvivere e cercare di avere contatti con Anja. Svolge diversi lavori, cerca di accaparrarsi quante più vivande possibili e alla fine si becca anche il tifo rischiando di morire anche per quello, oltre che per mano dei fucili tedeschi. 

Anja Spiegelman, madre di Art

Dopo la liberazione del campo di concentramento, l'uomo riesce finalmente a ritrovare la moglie, anche lei sopravvissuta ma devastata psicologicamente. Una volta tornata la pace, gli Spiegelman si trasferiscono prima in Svezia (dove nasce Art) e poi in Usa

Richeu Spiegelman, fratello di Art


Analisi

"Maus" presenta una visione spietata della vita: lo notiamo dalle prime due pagine che fungono da prologo al libro. Art è ragazzino e gli amici lo lasciano indietro dopo essere caduto sui pattini. Il padre gli chiede cosa sia successo e dopo aver saputo tutto gli dice una cosa che è un chiaro rimando all'incubo vissuto in passato, quando per vivere non poteva fidarsi di nessuno: "se tu chiudi loro insieme in stanza senza cibo per una settimana... allora sì scopri cos'è amici".



Vladek è un uomo tutto fare che sa parlare inglese (lo insegnava ad Auschwitz) ma lo fa mostrando una forte cadenza polacca, a differenza di Art che parla perfettamente americano. È proprio il rapporto con il figlio che colpisce subito il lettore: Vladek ama tanto il figlio ma ha un carattere pesante, morboso, assillante. Fa tante storie, questioni di principio ed è molto metodico nelle cose, a dir poco maniacale. Nonostante da giovane fosse molto ricco e non si fosse mai il problema di spendere soldi, dopo l'Olocausto è diventato particolarmente tirchio, non butta via niente e raccoglie dalla strada tutto ciò che gli pensa possa tornargli utile. 



A vivere però in condizioni di esasperazione è Mala, la seconda moglie dell'anziano, anche lei ebrea di Polonia ma mai stata nei campi di concentramento. Il loro rapporto è una continua guerra e Vladek è convinto che lei stia con lui solo per soldi. Più volte si lamenta del fatto che gli abbia fatto cambiare il testamento e confessa ad Art che lei vuole escluderlo dall'eredità. Eppure, Art e Mala sono molto socievoli, si stimano e questo non ci fa capire se l'anziano abbia qualche pregiudizio verso la seconda moglie oppure quest'ultima sia realmente falsa. Fatto sta che lo sopporta in lungo e in largo, fino a quando, dopo la seconda metà del fumetto, l'autore ci racconta che lei una volta scappò per poi tornare quando le condizioni di salute di Vladek peggiorano.



Vladek infatti ha subito diversi infarti, ha un occhio di vetro a sinistra e l'occhio destro ormai sembra prossimo ad abbandonarlo. Inoltre soffre di diabete ed è molto geloso delle sue pillole. Nonostante le sue condizioni non certo ottimali, preferisce svolgere di mano sua i lavori di casa perché non vuole chiamare nessuno da pagare per riparargli una finestra o il lavello. Se per caso in casa avanza cibo che nessuno mangia, anche mezza confezione di cereali, lui riesce addirittura a farselo cambiare con altri prodotti. 

È significativo il fatto che Art, a un certo punto della storia dica una cosa che riprendere il vecchio stereotipo sugli ebrei: "in qualche modo lui è proprio la caricatura razzista del vecchio ebreo gretto". A volte sembra che Art non solo non sopporti la pesantezza del padre ma che non tolleri i suoi problemi quotidiani. Ogni volta che Vladek gli parla di un problema con Mala, Art cambia discorso pensando solo a prendere informazioni sulla sua esperienza da deportato. Lo chiama addirittura "assassino" quando apprende che il vecchio genitore ha buttato i diari di Anja che sarebbero stati di grande aiuto per il fumetto dato che in quel caso Art avrebbe potuto fare affidamento su due punti di vista. 


Ma Spiegelman è consapevole di questo suo atteggiamento e disegna tali scene come se volesse ammonirsi da solo o rimproverarsi per aver capito troppo tardi quanto il padre sia cambiato per via di Auschwitz. Del resto, solo più in là si renderà conto che la differenza tra lui e i genitori è tutta lì: lui l'Olocausto l'ha studiato a scuola ma non l'ha vissuto.

Art si sente inferiore anche dinanzi alla foto del fratello Richeu che non ha mai conosciuto. Il fatto che lui fosse immortalato su pellicola e che non esistesse più, per Art stava a significare che egli non era un problema, non era una delusione: il discorso è che l'autore si è sempre sentito lontano anni luce da Vladek e Anja, nonostante sia sempre stato ricoperto d'amore. 

Art Spiegelman si mostra un soggetto debole e fragile. Questo emerge in un piccolo spin off contenuto all'interno di Maus e che rientra ovviamente nella nostra trama. Vladek infatti scopre in casa sua l'esistenza del primo fumetto del figlio intitolato "Prigioniero sul pianeta Inferno - un caso clinico" ed ambientato poco dopo la morte per suicidio della madre. Art da giovane è stato per un periodo in un centro psichiatrico per via di alcuni problemi legati alla tossicodipendenza da droga. In queste tavole riporta il dolore per la perdita della madre, trovata da morta in vasca e con le vene tagliate dal marito. In un certo senso, Art si sente in colpa ed esprime le proprie considerazioni sugli eventi accaduti quando aveva una ventina d'anni. 

"Prigioniero sul pianeta Inferno - un caso clinico"

Nella seconda parte del libro ci sono alcune pagine che vedono l'umano Art Spiegelman indossare una maschera da topo. In questa breve storiella (che interrompe per poco i racconti di Vladek) vediamo l'autore ormai famoso dopo aver pubblicato le prime storie di "Maus", ma è in preda a crisi di panico: sente la mancanza della madre, disegnerebbe gli ebrei di Israele come ricci (non si sa perché) e ha uno psichiatra ebreo come lui. Tutti e due colloquiano indossando una maschera da topo e alla fine Art ammette di essere stato troppo duro con il padre e che per lui "Maus" è un progetto troppo grande perché teme di ridicolizzarlo. Per quanto si siano scontrati tante volte, l'autore riconosce una cosa che è di straordinaria importanza per la sua redenzione in quanto figlio: realizzare la sua opera non potrà mai essere qualcosa di grande come sopravvivere allo sterminio delle cosiddette razze inferiori. 

Ed è per questo motivo che continua a disegnare topi antropomorfi anche nelle tavole ambientate nel presente: una vittima dell'Olocausto rimane tale a vita e questa ferita viene inevitabilmente ereditata dalla progenie e dai successori. 



Spiegelman in sintesi ci dice che non era colpa di Vladek se quest'ultimo era diventato lo specchio dell'ironia nazista nei confronti degli ebrei. Ciò che aveva imparato nei campi di concentramento è qualcosa di cui non è stato capace di liberarsi: il padre di Art accumula cose e non spende mai nulla perché vive come in una sorta di paura per il ritorno di fenomeni disumani come quelli della Seconda Guerra Mondiale. Le sigarette, le scarpe, le camice, il cibo occultati nelle stanze dei deportati erano per lui come tesoro che gli avrebbero potuto procurare ricchezze ancora più grandi come ad esempio un foglio di carta e una penna per scrivere una lettera ad Anja. In sintesi, Vladek è figlio dei suoi traumi e dei suoi incubi e Art se ne accorge solo dopo aver proiettato quei fatti sul foglio di carta. 

Il cartonista alla fine omaggia la vita del padre disegnando la lapide sotto alla quale sono seppelliti la madre Anja (morta il 21 maggio 1968) e lo stesso Vladek (deceduto il 18 agosto 1982). Non si può negare che lo stesso padre abbia voluto che il figlio toccasse le cime del successo proprio grazie a quegli avvenimenti: ha sempre reputato il figlio non bravo a fare ciò che sapeva fare lui, non amava l'arte del fumetto eppure non si è tirato indietro quando si è trattato di aiutarlo. Vladek è l'anima di "Maus" perché aiuta il figlio come se cercasse di farsi perdonare l'atteggiamento permissivo, avaro e contraddittorio che ha avuto nei suoi confronti quando era un ragazzo debole. 



Del resto, il nostro protagonista è un individuo alquanto ambiguo che lascerebbe senza parole anche Dio e tutti i santi. Da un certo punto di vista non si può criticare la rabbia del fumettista verso l'uomo che l'ha allevato, soprattutto se poi si scopre che Vladek è razzista: verso le battute finale del graphic novel il vecchio Spiegelman non vuole che in auto di Art e Francoise salga un cane nero, cioè quello che nella realtà corrisponde a una persona di colore. Come può un uomo che ha passato le pene dell'Inferno essere razzista e odiare gli afroamericani? Una domanda a cui è difficile dare una risposta ma effettivamente c'è poco spazio da lasciare all'immaginazione.


E se fosse anche questo una conseguenza dell'Olocausto? Certo, il razzismo è un sentimento oscuro, perverso, cattivo e senza alcuna logica: se lo sei c'è poco da fare. Tuttavia, sappiamo che in gioventù Vladek ha avuto a che fare con tante tipologie di persone: addirittura stava legando un rapporto di amicizia con uno dei soldati tedeschi che faceva da guardia durante lo schieramento dei deportati nei campi di lavoro. Non gli facevano schifo nemmeno i ratti e cercava di farsi amico chiunque di cui potesse fidarsi. Niente cattiveria, niente invidia, niente gelosia: il figlio ci mostra il padre da giovane come una persona di buon cuore e pura d'animo, incapace di nutrire risentimento verso il prossimo, anche verso chi l'ha tradito vendendolo ai gattacci nazionalsocalisti. Non sappiamo se queste cose erano dettate solo dallo spirito di sopravvivenza e dalla voglia di arrivare fino in fondo, ma forse essere trattato come qualcosa di diverso ha scatenato in lui una reazione simile verso chi è diverso dagli ebrei

Il tutto viene reso ancora più assurdo dai dialoghi tra padre e figlio, i quali spesso rimandano a qualcosa di politicamente scorretto, un qualcosa che tutto sembra tranne che una storia per vendicare gli ebrei. Tuttavia, parliamo di fatti di vita quotidiana in questo caso e in una famiglia (normale o anormale che sia) certe cose possono accadere. 

Art e Vladek insieme


Ad ogni modo è proprio dietro a tutti questi orrori ed errori, tra passato e presente (ma anche futuro) che Art Spiegelman riesce a trovare la soluzione per mettere a posto le cose. Cosa esattamente? La memorie di tutti le vittime della Shoah e dei cambiamenti profondi di Vladek. La conseguenza di quell'epoca è tutta qui: quando vedi il lato più oscuro dell'essere umano e quando tocchi il livello più basso della sofferenza, una specie di demone allora si impossessa di te, lasciando nel tuo cuore e nella tua mente una crepa che nessun rito potrà mai chiudere. Vladek Spiegelman in realtà ci è morto in quel campo di concentramento (spiritualmente parlando) e la persona che è rinata dalle sue ceneri è stata l'esatto contrario di ciò che lui avrebbe voluto davvero essere. Di questo ne è consapevole visto che molti suoi simili si sono suicidati dopo quell'esperienza, mentre lui ha cercato di vivere tutta la sua vita appieno nonostante la consapevolezza dei suoi nuovi difetti. 

La Shoah non ha solo ucciso materialmente ma ha anche spezzato l'anima di chi è uscito vivo da quei luoghi di dolore e morte. Mai più dovrà esserci un'Anna Frank ma mai più dovrà esserci un Vladek Spiegelman: mai più gli uomini dovranno perdere la loro umanità per uccidere chi è uguale a loro, indipendentemente dalla religione, dal colore della pelle, dall'orientamento sessuale o politico. Mai più stragi di essere umani dettate dall'incomprensibile essenza del razzismo. Grazie agli Spiegelman per quest'opera che non ha un solo autore!

Art Spiegelman e sua moglie Francoise


10 commenti:

  1. Un'opera straordinaria perché piena di sfaccettature. Mio nonno paterno, partigiano nei Balcani, tornò dalla guerra distrutto e non si è mai veramente ripreso. Non amava parlarne e quando lo faceva nei giorni successivi scendeva nel mutismo assoluto. Il mio nonno materno e il mio bisnonno paterno tornarono nvece dalla 1GM distrutti fisicamente e mentalmente e mi hanno raccontato che nemmeno loro amavano parlarne.

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    1. È normale questa loro reazione. È tipica di chi vive purtroppo esperienze disumane come la loro.

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  2. Anzitutto non conoscevo questa opera e quindi grazie per averla condivisa.
    “La Shoah non ha solo ucciso materialmente ma ha anche spezzato l'anima di chi è uscito vivo da quei luoghi di dolore e morte”; è proprio così. Un mio zio è stato in un campo di concentramento e si è portato appresso per tutta la sua vita ricordi terrificanti, anche lui non amava parlarne e sovente passava lunghi periodi in un mutismo meditabondo. Orrori del genere non devono ripetersi mai più.
    sinforosa

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    1. ti consiglio di leggerla perché come riportato nell'articolo va anche oltre i campi di concentramento: è tutto ciò che viene prima, durante e dopo l'olocausto

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  3. Io non conosco l'opera e, francamente, non immaginavo che il tema dell'Olocausto fosse stato trattato anche nel mondo dei fumetti.
    Proprio oggi, però, su un altro blog, ne ho scoperto uno tutto made in Italy.

    Insomma, bene che se ne parli in ogni modo. A parole, con disegni, con le preziose testimonianze dei sopravvissuti che diventano sempre più rare, per ragioni anagrafiche.

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    1. Esistono diverse opere a fumetti che trattano l'argomento ma Maus per me è il top!

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  4. Se bastasse un semplice MAI PIU'. Sappiamo però che non basta, purtroppo. Quindi bene parlarne, bene che ci siano commemorazioni, spettacoli, film, documentari, che ci siano blogger che affrontino l'argomento più e più volte e non solo in questi giorni.
    Mentre leggevo il tuo articolo (complimenti davvero) ho pensato a quando sono stata a Cracovia, qualche anno fa. Ho visitato il museo di Oskar Schindler, dove c'è una ricostruzione del ghetto della città. Nelle varie bacheche alcuni articoli dell'epoca accennavano alle denunce dei polacchi. Quindi sì, ha fatto bene Art a disegnarli come maiali. Ma quanta sofferenza abbiano provato gli ebrei durante le persecuzioni non potremmo mai capirla fino in fondo non avendola mai provata, per fortuna. Per cui è bello che alla fine l'autore abbia realizzato che suo padre era il frutto di quel che aveva subito ed il fumetto sia stato quasi una forma di catarsi.

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    1. La storia di Spiegelman ti spezza il cuore su tutti i punti di vista. Emotivamente parlando è completa!

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  5. Mi fu regalato questo libro per un Natale e mi lasciò sconcertato. Ero un bambino, ma conoscevo ovviamente la tragedia dell'Olocausto. Vedere però ciò che avevo studiato (come può studiare un bambino delle elementari) in modo così crudo, in un fumetto, fu quasi uno shock. Ora Maus si trova in uno scatolone chiuso in soffitta o in cantina, e spero prima o poi di ritrovarlo.
    E' un'opera che va letta assolutamente quando si è in grado di farlo, anche perché il protagonista rimane contaminato dall'orrore, non solo ne rimane vittima. Il razzismo verso i neri, lo hai giustamente sottolineato, è il sintomo più evidente di ciò.
    Complimenti per la splendida analisi :)

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    1. Grazie Riky. Sono davvero contento del lavoro fatto che è risultato molto più lungo e complicato rispetto a quanto mi aspettassi. La prima volta mi piacque, ma la seconda lettura mi ha segnato profondamente (sarà l'età, boh)

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