martedì 11 agosto 2020

Le Sigle dei Cartoni Animati che assomigliano a canzoni d'autore - Parte 1

 


Quante volte, discutendo con amici o colleghi di lavoro, ci è capitato di parlare di plagi e scopiazzamenti nel mondo della musica? Chi non ha mai discusso sulle tante accuse fatte a Zucchero o sul fatto che Stairway To Heaven dei Led Zeppelin somigli molto a una canzone degli Spirit? Questo però non è nulla se pensiamo al fatto che anche i grandi autori e compositori di colonne sonore e sigle dei cartoni animati hanno avuto il coraggio di cimentarsi con questa malsana arte (ovviamente non si escludono episodi "casuali").

Ebbene, ci sono decine di esempi, anche legati alle più grandi canzoni dei nostri anime e cartoon preferiti, quelle che ancora oggi cantiamo a squarciagola mentre siamo presi a ricordare la nostra infanzia insieme agli amici di sempre. 

Sailor Moon e il cristallo del cuore vs "La Isla Bonita" di Madonna

Il primo caso che voglio menzionare e quella che da anni bombarda il mio cervello e i miei pensieri: ma possibile che la sigla di "Sailor Moon e il Cristallo del Cuore" sia simile al "La Isla Bonita" di Madonna? La domanda è no, perché è stata decisamente scopiazzata da uno dei maggiori successi musicali della cantante italoamericana. La hit dell'anime risale al 1996, composta da Carmelo Carucci e interpretata dalla leggendaria Cristina D'Avena


Come si può notare, le somiglianze sono evidenti al pezzo della popstar Madonna, pubblicato tra l'altro il 25 febbraio 1987. Veronica Ciccone ottenne un successo di livello mondiale. E pensare che la versione strumentale era stata inizialmente affidata a Michael Jackson, poi però passò a Madonna che scrisse il testo. 




Vola Mio Mini Pony vs Piccola Katy dei Pooh


Mi vien da chiedermi se Cristina D'Aveva fosse consapevole del fatto che molti dei suoi successi fossero simili anche a grandi classici della musica italiana e straniera. Un'altra sigla da lei cantata e apparentemente non proprio originale è "Vola Mio Pony" che nel ritornello riporta alla mente "Piccola Katy" dei Pooh
Il cartone animato risale all'ormai lontano 1984 e quando fu trasmesso in Italia la realizzazione della sua "opening" fu realizzata da Valeri Manera e Carucci



Adesso, ecco la comparazione con il celebre singolo dei Pooh, uno dei tanti brani di successo che permise a Facchinetti e compagni di entrare per la prima volta tra le prime 15 posizioni delle classifiche nazionali. Era il 1968:



Nils Holgersson vs "I Was Made For Lovin'You" dei Kiss

C'è chi però ha voluto spingersi oltre, fino a ritrovarsi accusato di aver plagiato niente di meno che il gruppo Rock dei Kiss, i quali avevano spaccato i continenti con una delle loro canzoni più famose e amate: "I Was Made For Lovin You" del 1979 e contenuto nell'album Dynasty


Tutti ricordi il coinvolgente inizio della canzone, il classico motivetto che poi esplode in un vero e proprio testo con tanto di schitarrate che rimandano inesorabilmente alla musica che fu e che oggi difficilmente si riesce a rivedere da parte delle nuove generazioni. 
Ma tornando a noi, nel 1982 Luigi Albertelli e Vince Tempera crearono la sigla di Nils Holgersson, questo ragazzo con manie omicide nei confronti degli animali che alla fine viene rimpicciolito da uno gnomo per imparare a stare in mezzo alla natura e a fare meno lo stronzo. Ascoltate la musica per rendervi conto della somiglianza. 



Cybernella vs Obladi Oblada dei Beatles

I veri ganzi però furono i realizzatori della musica di "Cybernella", serie animata nata in Giappone negli anni '70 e arrivata in Italia nel 1981. Argante e Lopez furono i compositori della sigla, mentre il testo fu scritto da Carla Vistarini. I Vianella invece furono prestarono le loro voci per cantare. 


Anche in questo caso, dal punto di vista musicale, il riferimento a un vecchio classico della musica c'è: Obladi Oblada del gruppo brit pop dei Beatles. Nel 1968, i quartetto di Liverpool pubblicò uno dei pezzi più orecchiabili e contagiosi di quel periodo, nonostante la critica l'abbia reputata anche come uno dei peggiori. Ad ogni modo, al di là dei giudizi e dei gusti, una cosa è certa: anche i Beatles non sono passati indifferenti alle attenzioni degli autori di musiche per cartoni animati. Provare per credere.



L'Uomo Tigre vs Maledetto Gatto di Mogol e Battisti

Sinceramente stentavo a crederci ma purtroppo devo constatare che la sigla de "L'Uomo Tigre", dal punto di vista musicale ha un po' di cose in comune con "Maledetto Gatto" del suo italiano Mogol/Battisti. Ancora oggi, quella del lottatore mascherato è una delle hit più famose e cantante di sempre. Eppure, non si può negare che la composizione cantata dai Cavalieri del Re, risalente al 1982 rimandi inevitabilmente al pezzo italiano del 1978. 



Questa è solo la prima parte. In un altro articolo porrò altri esempi. Buona lettura





domenica 14 giugno 2020

Pallone d'Oro: i vincitori più "strani" della storia



Il Pallone d'Oro 2019 dall'argentino Lionel Messi, attaccante del Barcellona e della nazionale argentina, invoca ancora la vendetta di tutti i tifosi del Liverpool e dei sostenitori di Cristiano Ronaldo. Quello del numero dieci blaugrana è stato il suo sesto riconoscimento ufficiale ma in tanti l'hanno contestato visto che i più si aspettavano una vittoria da parte del difensore dei Reds, Virgil Van Dijk o di uno dei suoi compagni come nel caso di Allison (che in finale di Champions contro il Tottenham fu decisivo con almeno tre interventi fondamentali). 

Ovviamente, questo non mette in dubbio le straordinarie capacità della "Pulce" che da anni segna a raffica e si aggiudica quasi tutte le classifiche cannonieri esistenti in circolazione, ma è innegabile che il suo sia stato un anno un po' strano, caratterizzato dalla clamorosa eliminazione nelle semifinali della scorsa edizione della Champions proprio per mano della squadra di Klopp: dopo il 3 a 0 dell'andata in terra catalana, il Liverpool rimontò aggiudicandosi il pass per la finale con un  sonoro 4 a 0 (gli inglesi erano tra l'altro sprovvisti di mezza squadra titolare). Come se non bastasse, in estate Messi si è dovuto accontentare di una medaglia di bronzo alla fine della Coppa America 2019 in Brasile, dove l'albiceleste è stata eliminata proprio dai verdeoro. Alcune ottime prestazioni tra novembre e dicembre 2019 hanno convinto la giuria di France Football e consegnargli il suo sesto pallone d'oro. Ma quello di Messi non è un caso isolato e sicuramente è anche il minore dei mali visto che tale riconoscimento è stato assegnato anche ai giocatori più improbabili di sempre. Vediamo quali sono.

La nascita del Pallone d'Oro

Il tutto ebbe inizio nel lontano 1956, in un'epoca in cui il calcio si sarebbe finalmente evoluto diventando quello sport spettacolare che noi tutti conosciamo. Il Pallone d'Oro fu assegnato per la prima volta proprio in quell'anno, su idea della rivista francese France Football la cui giuria sarebbe rimasta composta da soli giornalisti fino al 2010 per poi recuperare la sua forma originaria sei anni dopo. 

Per molti anni, questo premio fu consegnato ai giocatori più meritevoli (per modo di dire) di sola nazionalità europea e a chi fosse oriundo (come nel caso di Di Stefano e Sivori, entrambi argentini poi naturalizzati). Solo dal 1995 fu data l'occasione ai calciatori extracomunitari di ambire al Pallone d'Oro e da quel momento i grandi campioni, in particolare quelli del Sud America, hanno potuto competere con i massimi fuoriclasse del vecchio continente. 

Nel 2010, France Football decise che a stabilire il vincitore non fossero soltanto i voti dei giornalisti, ma anche quelli di calciatori e allenatori, creando delle situazioni che hanno favorito lo strapotere di Cristiano Ronaldo e Messi. Non va dimenticato che in quel periodo Pallone d'Oro e Fifa World Player furono fusi per creare, appunto, il Pallone d'Oro Fifa. Quando la rivista francese capì che la nuova formula non era ben vista, nel 2016 decise di tornare sui suoi passi, anche se il risultato non cambiò di molto. 

Vediamo adesso i palloni d'oro più strani e in alcuni casi "regalati" della storia.

1. Stanley Matthews 

Ebbene sì, il primo a vincere il Pallone d'Oro fu Sir Stanley Matthews, calciatore inglese che ha giocato come centrocampista vestendo la maglia di Stoke City, Blackpool e poi concludere la carriera tornando proprio allo Stoke. Gli unici trofei vinti da questo signore sono stati due campionati di Second Division con lo Stoke City nel 1933 e nel 1963. Il suo cuore però è stato particolarmente legato al Blackpool, dove vinse tra l'altro il suo unico premio ufficiale nella First Division inglese (oggi nota come Premier League): una Coppa d'Inghilterra nel 1953. La cosa incredibile e che Matthews si aggiudicò il massimo premio individuale battendo la concorrenza di Di Stefano e Kopa, i quali quell'anno si erano aggiudicati la prima edizione della Coppa dei Campioni (a cui il Blackpool non partecipò nemmeno). Dotato senza dubbio di grandi capacità tecniche, in un periodo storico in cui il club di appartenenza contava ancora poco, Matthews è morto nel 2000 all'età di 85 anni. 


Le tre edizioni successive furono vinte da Di Stefano (2) e Raymond Kopa che si erano aggiudicati anche altre tre Coppe dalla grandi orecchie con la maglia del Real Madrid


2. Josef Masopust

I premi del 1960 e del 1961 andarono a due signori del calcio come Luisito Suarez e Omar Sivori, fuoriclasse che in quegli anni si erano fatti apprezzare per le loro doti tecniche nonostante non fossero riusciti ad affermarsi in Coppa dei Campioni con Barcellona e Juventus. Lo spagnolo era riuscito però ad aggiudicarsi il campionato spagnolo e una Coppa delle Fiere, mentre il bianconero aveva vinto lo scudetto in Italia siglando 25 reti in 27 presenze. Ma a chi toccò nel 1962? Al cecoslovacco Josef Masopust, centrocampista del Dukla Praga, club al quale è stato legato dal 1952 al 1968.

In molti si chiederanno chi diavolo sia costui, in realtà Masopust vale molto più di tanti sospetti palloni d'oro visto che era reduce da una medaglia di bronzo agli europei di calcio Francia 1960, ma soprattutto da un argento ai mondiali cileni del 1962, dove la Cecoslovacchia perse appunto in finale contro i mostri del Brasile. Masopust fu il maggior trascinatore della sua nazionale imponendosi a centrocampo e siglando proprio nell'ultima partita il gol del momentaneo vantaggio contro Vavà, Garrincha e gli altri (se ricordo bene, Pelè la saltò per infortunio). 



3. Lev Jasin (Yashin)

Ci tengo subito a precisare che Yashin era sicuramente degno di essere il primo portiere della storia del calcio a vincere il pallone d'oro. La cosa che però crea curiosità è il fatto che glielo abbiano dato nel 1963, quando il calciatore sovietico aveva vinto gli europei in Francia del 1960 (senza dimenticare un oro alle olimpiadi di Melbourne del '56).

La verità è che France Football si era resa conto della cavolata che stava facendo dato che Yashin era stato candidato al Pallone d'Oro in altre tre edizioni senza però riconoscergli il dovuto prestigio. Tuttavia, è innegabile il fatto che in quegli anni Yashin era una vera e propria figura iconica per l'Unione Sovietica, vista appunto con connotazioni eroiche dato che incarnava anche un esempio di disciplina, ordine e devozione alla madre patria. Per ben 22 anni, onorò la maglia della Dinamo Mosca, con la quale vinse cinque campionati. C'è una cosa che però France Football dovrebbe spiegarci: come mai non ha mai consegnato questo premio a gente come Cudicini, Schmeichel, Buffon, Neuer e Kahn



4. Denis Law

Che negli anni '60 il Manchester United fosse l'unica squadra inglese a fare rumore in Europa era una cosa risaputa, così come è possibile spiegare il Pallone d'Oro di Charlton contro Eusebio o quello di Best (meritato) qualche anno dopo. Eppure, nel 1964 fu la volta dello scozzese Denis Law, attaccante di razza che realizzò 171 reti nella Prima Divisione Inglese con la sola maglia dei Red Devils. Quell'anno Law colpì la giuria di France Football per il suo talento e i gol, ma in quanto a trofei aveva ottenuto ben poco. Si sa che non sono i premi a stabilire che sia i giocatore migliore: c'è però da dire che il secondo posto lo fece Luis Suarez che aveva vinto la Coppa dei Campioni con l'Inter allenata da Herrera.



5. Bobby Charlton

Non ci crederete ma nel 1966 il Pallone d'Oro assegnato a Bobby Charlton fece storcere il naso a qualcuno, nonostante lui e l'Inghilterra avessero vinto i mondiali disputati in casa sempre quell'anno. La leggenda del Manchester United vinse per 81 punti contro gli 80 di Eusebio, il quale era stato premiato da France Football un anno prima. 

Secondo molti, il portoghese avrebbe meritato il bis visto che fu capocannoniere a Inghilterra 66, siglando 9 reti a differenza di Charlton che ne aveva fatte solo tre. Come se non bastasse, Eusebio si era laureato re dei bomber anche nella Coppa dei Campioni di quell'anno (vinta per la sesta volta dal Real Madrid) e nel campionato portoghese. Quell'anno, Bobby Charlton trovò soddisfazione solo in quel mondiale, senza vincere una sola classifica dei marcatori (ma giocava molto più arretrato). Tenendo conto che Eusebio era considerato il giocatore europeo più forte, la cosa provocò non poca perplessità. Per carità, questo non mette in dubbio che Charlton sia una leggenda, non a caso solo Wayne Rooney è riuscito a superare il suo record di gol con la maglia dei Red Devils e sempre non a caso fu grazie a lui e a Best se a Manchester arrivò la prima Coppa dei Campioni della storia. Sicuramente meritava un Pallone d'Oro, e forse il momento migliore fu proprio quello.



6. Florian Albert

Nel 1967, Charlton avrebbe potuto bissare il successo del '66 se non fosse stato per Florian Albert, il quale lo staccò di ben 28 punti. Albert, morto nel 2011, è stato attaccante, capitano e leggenda del club ungherese del Ferencvaros, dove militò dal 1958 al 1974 disputando 350 gare e realizzando 258 in terra d'Ungheria. Ancora oggi, in molti si chiedono come sia stato possibile un risultato di quel tipo, dato che Albert militava in un club senza particolari possibilità di affermarsi in ambito internazionale. 

Infatti, nel 1967 la Coppa dei Campioni se l'aggiudicò il Celtic di Jimmy Johnstone, il quale meritò solo la terza posizione secondo i giudici di France Football. Albert però è rimasto nella storia del suo paese per un bronzo alle olimpiadi di Roma 1960 e un altro terzo posto agli europei Spagna 1964. Dotato di una vena realizzativa fuori dal comune, secondo i critici quello per Albert fu una sorta di premio alla carriera. E pensare che a Puskas non gliel'hanno mai dato...




7. Oleh Blochin

Facciamo un salto nel 1975. Fino a un anno prima abbiamo visto mostri sacri come Best, Cruijff, Beckenbauer, Muller e Rivera aggiudicarsi il pallone d'oro a suon di gol, calci alle tibie e soprattutto di voti. Perché si sa che sono sempre i giudici che decidono chi alla fine la spunterà e così accadde nel '75 a Blochin. Chi è questo signore? Semplicemente una leggenda del calcio sovietico (per la precisione ucraino) e della Dinamo Kiev. Quell'anno fece innamorare l'intera Europa vincendo il campionato, la  Coppa delle Coppe e la conseguente Super Coppa Uefa. Le sue prestazioni furono così convincenti da abbattere la concorrenza di Franz Beckenbauer che nel 1975 aveva vinto la secondo Coppa dei Campioni consecutiva con il Bayern Monaco. È stato attaccante della Dinamo Kiev dal '69 all' 88, segnando 211 reti in 433 gare ufficiali nel massimo campionato nazionale. 



8. Allan Simonsen

Si tratta dell'unico calciatore della regione scandinava a vincere il Pallone d'Oro: l'anno era il 1977 quando l'attaccante del Borussia Monchegladbach alzò al cielo l'ambito riconoscimento individuale. Secondo alcuni, il danese Simonsen fu premiato in quell'occasione solo perché France Football non riuscì a farlo né prima né dopo. Non a caso i suoi rivali furono Kevin Keegan del Liverpool (vincitore della Champions con gli indimenticabili Reds di Bob Paisley) e un certo Michel Platini che giocava nel Nancy. 

Perché Simonsen meritò quel pallone d'oro e sconfisse Keegan? Perché nella finale di Coppa dei Campioni di quell'anno, si trovarono faccia a faccia Liverpool e Borussia Monchegladbach, quindi proprio Keegan e Simonsen. Come dico io spesso, a volte non sono i trofei a renderti un campione e a fare di te un dio. 

È indubbio a questo punto nutrire la certezza che sia stato un calciatore importante visto che durante la sua intera militanza con il Monchegladbach vinse due Coppe Uefa (75 e 79) e tre scudetti. Nel 1979 passerà al Barcellona dove si leverà qualche altra soddisfazione. Non a caso, la battaglia per quell'edizione fu dura perché Simonesen vinse 74 punti, contro i 71 e i 70 degli avversari. Sicuramente una figura importante nelle terre di Danimarca e Germania.



9. Kevin Keegan (1979)

Che Kevin Keegan fosse uno degli attaccanti più forti d'Europa è assolutamente fuori discussione. Eppure, dopo aver vinto tutto con il Liverpool com'è possibile che abbia ottenuto due palloni d'oro consecutivi con l'Amburgo? Possiamo capire certamente il primo visto che ci fu il trasferimento dall'Inghilterra alla Germania con tanto di Coppa dalle grandi orecchie vinta insieme al mentore Bob Paisley, ma l'anno dopo France Football gli rinnovò la fiducia premiandolo nonostante la squadra tedesca non avesse partecipato ad alcuna competizione europea. Forse bastò lo scudetto vinto nella stagione 1978-1979 per accontentare tutti. Del resto la concorrenza non fu proprio delle migliori visto che Rumenigge (secondo) e Krol (terzo) non avevano fatto certamente di meglio in quel periodo. 



10. Paolo Rossi

So che in tanti starete bestemmiando in questo preciso momento. Per alcuni questa menzione di Pablito Rossi sarà vista come un mero gesto blasfemo e qualcuno magari mi incolperà di incompetenza. Che Paolo Rossi sia un mito del calcio italiano è assodato ma sappiamo che il pallone d'oro del 1982 gli fu dato per aver trascinato l'Italia al trionfo dei mondiali in Spagna (alla fine del quale fu anche capocannoniere). Sicuramente da lì ci fu la rinascita dell'attaccante che tre anni dopo vincerà la Coppa dei Campioni con la Juventus, ma sostanzialmente l'acuto più grande di Rossi è stato quello, tra l'altro in un anno che lo vide lontano dai campi di gioco per squalifica. Nessuno avrebbe scommesso su di lui. Nessuno tranne Bearzot. Nel 1982, tra l'altro, la concorrenza non fu manco così pericolosa visto che Tigana e Elkjaer si piazzarono rispettivamente in seconda e terza posizione. 



11. Igor Belanov

Dopo i tre palloni d'oro di Platini, nel 1986 toccò a un altro figlio dell'Unione Sovietica: Igor Bjelanov, il quale vinse il campionato e la Coppa delle Coppe battendo in finale l'Atletico Madrid di Luis Aragones. Di quella competizione europea, Belanov fu capocannoniere insieme al connazionale Blochin (anche lui pallone d'oro nel 75).



12. Jean-Pierre Papin

Il 1991 fu l'anno del delirio visto che quel Pallone d'Oro se lo giocarono tre giocatori inattesi. Papin, Savicevic e Pancev: tre giocatori che furono gli assoluti protagonisti di una stagione che vide il primo arrivare in finale di Coppa dei Campioni con l'Olympique Marsiglia e perdere ai rigori contro i secondi, militanti nella Stella Rossa di Belgrado. Alla fine, ad aggiudicarsi il premio di France Football fu il francese a discapito di Savicevic (secondo) e Pancev (terzo). 

A convincere i giornalisti fu il fatto che Papin aveva vinto anche il campionato e si era aggiudicato il titolo di capocannoniere sia in Europa che in Francia.
Vincerà la Champions quando passerà al Milan, ma la sua esperienza italiana non sarà così convincente: dopo due anni partirà per vestire la maglia del Bayern Monaco. Tra l'altro, oltre a lui, anche Savicevic e Pancev si trasferirono in Italia (un anno prima a dirla tutta): il primo si affermò nel Milan, il secondo fu un flop all'Inter. 



13. Van Basten (1992)

Marco Van Basten è forse il numero 9 più forte che si sia mai visto in Italia (e forse anche nel resto d'Europa). I primi due palloni d'oro furono meritatissimi, mentre sul terzo a fare la differenza è stata forse l'intensa vena realizzativa che ne caratterizzò il campionato di Serie A 1991-92: l'olandese segnò 25 gol in 31 partite ma lui e il Milan non disputarono al Coppa dei Campioni a causa di una squalifica inflitta dall'Uefa per via di alcuni disordini verificatisi durante una partita contro il Marsiglia. Nel 1992, dietro a Van Basten si piazzarono il bulgaro Stoickov che vinse la prima storica Champions con il Barcellona e Bergkamp che aveva vinto la Coppa Uefa con l'Ajax. Van Basten è pur sempre Van Basten. 




14. Stoickov

Personalmente, non credo che il Pallone d'Oro del 1994 lo meritasse al 100% il bulgaro del Barcellona Hristo Stoickov o Stoichkov. Certamente era un campione di alto livello e aveva vinto tanto con i blaugrana. Senza ombra di dubbio fu il migliore calciatore dei Mondiali Usa 94... il migliore dopo ovviamente Roberto Baggio. I giudici di France Football però premiarono lui che vinse tra l'altro anche il titolo di capocannoniere della massima competizione mondiale tra nazioni e in precedenza aveva vinto un campionato spagnolo. Ad avere un peso importante forse è stato il fatto che aveva sfiorato il premio due anni prima, anche perché nel 94 Maldini aveva vinto la Champions con il Milan di Capello, classificandosi così terzo secondo i giudici della rivista francese.



15. George Weah

George Weah è il giocatore che tutti abbiamo amato e che nessuno poteva odiare. Il liberiano fu il primo calciatore extraeuropeo ad aggiudicarsi il Pallone d'Oro, proprio nell'anno in cui la competizione individuale tra calciatori fu aperta anche tra tesserati di altri continenti. Weah lo vinse nell'anno in cui sfiorò la finale di Champions (diventandone capocannoniere) e passò dal Psg al Milan. 

Che Weah fosse un top player e meritevole del Pallone d'Oro non c'è assolutamente dubbio. Il dubbio che però in tanti hanno è che France Football abbia deciso di darglielo proprio per aprire al meglio l'ingresso dei non europei all'interno di questa paradossale sistema: paradossale perché a dirla tutta, nel 1995 il pallone d'oro avrebbe potuto vincerlo anche Jari Litmanen (fenomenale attaccante dell'Ajax che vinse la Coppa dei Campioni contro il Milan).
Ad ogni modo, contestare la vittoria della Pantera Nera sarebbe un reato, quindi mi sono limitato ad analizzare solo un po' i contorni.



16. Mattias Sammer


Nel 1996 tutto il mondo si rese conto che Weah aveva meritato il pallone d'oro del 95 non solo perché fu devastante tecnicamente e fisicamente, ma perché France Football assegnò l'edizione successiva al giocatore più improbabile di sempre, anche più improbabile di Sir Matthews del Blackpool: Mattias Sammer.

Il centrale difensivo tedesco del Borussia Dortmund fu insignito del premio grazie alla vittoria ottenuta agli Europei del 1996, ottenuta tra l'altro ai supplementari con una doppietta di Oliver Bierhoff. La giuria della rivista francese gli riconobbe le buone prestazioni e qualche gol importante, eppure però questo non spiega perché darlo proprio a lui  visti i nomi che circolarono quell'anno: c'erano Litmanen e Del Piero che si erano contesi la Coppa dei Campioni (il filandese grida ancora vendetta per l'anno prima), oppure quello di Klismann che vinse la Coppa Uefa con il Bayern Monaco facendo sfracelli. E invece, secondo e terzi si posizionarono Ronaldo il Fenomeno (che al secondo anno al Psv aveva segnato molto meno) e Alan Shearer per le ottime partite disputate in nazionale agli Europei. 
Una cosa è certa: l'edizione 1996 del Pallone d'Oro rimarrà uno dei più grandi misteri della storia. E meno male che a Sammer non l'hanno premiato pure nel 97 dopo aver vinto la Champions League con i gialloneri.



17. Luis Figo

Sono fermamente convinto che Luis Figo, ex gloria di Barcellona e Real Madrid, abbia meritato il pallone d'oro del 2000. Tuttavia, non si possono non ascoltare le opinioni di quelli un po' più scettici e vi spiego il perché. 

Nell'intero anno, il portoghese incantò tutti, specialmente agli Europei che si disputarono in Belgio e Olanda, dove lui e il Portogallo furono eliminati in semifinale dalla Francia. Eppure, Luis Figo brillò solo sul piano tecnico ma non per i trofei. Infatti, non vinse nulla e in molti storsero il naso perché avrebbero preferito che la scelta ricadesse ancora sullo juventino Zidane o su un degli italiani, in particolare il difensore Alessandro Nesta e l'attaccante Francesco Totti, senza dimenticare delle menzioni onorevoli per Toldo e Cannavaro. Alla fine, dietro a Figo finiranno il 21 della Juventus e l'ucraino Shevchenko che aveva fatto impazzire la Serie A vincendo la classifica cannonieri al suo primo anno al Milan



18. Ronaldo il Fenomeno (2002)

Non me ne vogliate, ma per me Ronaldo il Fenomeno ha meritato solo a metà il Pallone d'Oro del 2002. Nel 1997 era il giocatore più forte del mondo e non si discute che prima degli infortuni nessuno potesse competere con lui. Luiz Nazario de Lima avrebbe potuto avere una bancarella di premi e mostrarli alla festa del paese, ma nel 2002 c'è molto di più dietro agli 8 gol che lo resero campione del mondo e capocannoniere di quegli stranissimi mondiali nippocoreani.

Ronaldo era reduce da un anno in cui perse lo scudetto con l'Inter all'ultima giornata, mostrando importanti miglioramenti dopo due anni di infortuni e dolori. Eppure si vedeva che la ripartenza era lenta per lui. Ai mondiali infatti, Scolari decise di sfruttarlo unicamente come prima punta, evitando di costringerlo a giocare come ai vecchi tempi. In una rosa composta da geni del calcio come l'allora emergente Ronaldinho, l'ormai consacrato Rivaldo e terzini di tutto rispetto come Roberto Carlos e Cafu, il Fenomeno poté riscattare le umiliazioni di Francia '98 e dimenticare i dispiaceri del 5 maggio nerazzurro da protagonista in prima linea.

Dopo il trasferimento dall'Inter al Real Madrid, Ronaldo aveva già perso il pass per la Super Coppa Uefa e alla fine si presentò ala finale di Coppa Intercontinentale trovandosi il letto già pronto. A mio parere, se vogliamo ragionare con gli stessi parametri di Rossi, allora Ronaldo ha meritato il pallone d'oro, ma non dobbiamo dimenticare che in quell'annata Roberto Carlos vinse Champions League, Mondiale, Super Coppa Uefa e Coppa Intercontinentale. 



19. Pavel Nedved

Per me Pavel Nedved meritò senza ombra di dubbio il Pallone d'Oro 2003. È innegabile però che tale riconoscimento sarebbe dovuto andare anche a Paolo Maldini (terzo) o perché no al devastante Henry (secondo). A questo punto, se proprio vogliamo dirla tutta, personalmente avrei assegnato il premio a Inzaghi, il quale fece sfracelli in Europa massacrando chiunque. Purtroppo però Super Pippo cominciò la seconda metà dell'anno molto male a causa dei primi infortuni che ne condizioneranno la carriera e quindi addio sogni di gloria.

Fatta questa premessa, Nedved fu il calciatore più devastante di tutti quell'anno e sia in campionato sia in Europa spazzò via gli avversari con la sua "Furia cIeca". Peccato che però non disputò la finale di Manchester per squalifica, altrimenti sarebbe stato un anno veramente da coronare. Per quanto riguarda Maldini è assolutamente vero che meritava di più, ma se vogliamo dirla tutta, Maldini avrebbe meritato almeno un pallone d'oro già negli anni '90, poi se pensiamo a Sammer... allora France Football ce l'aveva proprio con l'ex capitano di Milan e nazionale italiana. 




20. Messi (2010)

Messi e Cristiano Ronaldo sono sicuramente i due calciatori più forti del nuovo millennio. I loro primi palloni d'oro sono stati meritati, un po' meno però alcuni dei titoli vinti negli anni successivi al 2008 e al 2009.

Nel 2010, l'argentino del Barcellona vinse il pallone d'oro nonostante i suoi gol non fossero serviti per permettere al Barcellona di riconfermarsi in Europa: infatti i blaugrana furono eliminati dall'Inter di Mourinho, con la Pulce letteralmente umiliata da Zanetti, Samuel e Cambiasso. Al mondiale poi fu una delusione totale insieme a tutta la brigata albiceleste guidata da un Maradona allo sbaraglio.
Eppure, la nuova giuria di France Football lo diede al 10 catalano, abbattendo la concorrenza di Xavi e Iniesta.

A dirla tutta, quel pallone d'oro lo avrebbe meritato Diego Milito grazie ai gol segnati in tutte le finali disputate dall'Inter del Triplete. Tuttavia, l'allora ct dell'Argentina, Diego Armando Maradona, lo portò ai mondiali in Sudafrica come panchinaro, preferendogli il giovane Higuain del Real Madrid. A peggiore le cose per "el principe" furono gli infortuni che lo penalizzarono per tutta la stazione 2010/2011: addio pallone d'oro. 

Un altro interista che dovette fare i conti con la malasorte fu l'olandese Wesley Snijder, anche lui tra gli eroi dei successi nerazzurri. Vista la caduta di Milito, in molti erano convinti che avrebbe vinto lui quel pallone d'oro: Scudetto, Coppa Italia, Champions League, finale dei mondiali, Super Coppa Italiana e Mondiale per Club. Un palmares di tutto rispetto che non avrebbe dovuto creare dubbi, ma alla fine anche l'olandese iniziò male la nuova stagione e fu penalizzato. 
Saltati i due interisti, tutti riponevano le proprie speranze in Iniesta (autore del gol che consentì alla spagna di laurearsi campione del mondo) e il compagno di squadra Xavi: i due arrivarono rispettivamente secondo e terzo alle spalle di Messi. 

21. Messi (2012)

Un altro mezzo regalo Messi lo ricevette anche nel 2012, anno in cui lui e il Barcellona furono clamorosamente eliminati in semifinale dall'improbabile Chelsea di Di Matteo (che poi trionfò anche in finale) e persero il campionato contro il Real Madrid di CR7.

Proprio Cristiano Ronaldo fu un tantinello penalizzato visto che era fresco di scudetto e aveva ottenuto una medaglia di bronzo agli Europei del 2012 disputatisi in Ucraina e Polonia. Questo però non bastò alla giuria che preferì premiare per la terza volta consecutiva l'argentino, andando di nuovo a discapito di Iniesta e Xavi che avevano vinto l'ennesima coppa con la nazionale di calcio spagnola: almeno uno di loro due poteva essere premiato. 




22. Cristiano Ronaldo (2013)

Se CR7 aveva avuto qualche possibilità l'anno prima, nel 2013 ha finalmente ricevuto un trattamento speciale come il rivale Messi. È vero che in quell'anno segnò più di tutti (come era successo anche alla Pulce), ma il non vincere nulla può avere un peso specifico sopratutto se quel pallone d'oro avrebbe dovuto vincerlo uno tra Ribery, Robben e Lewandowski. 
Il francese e l'olandese, infatti, furono i protagonisti assoluti di un Bayern Monaco che concluse la stagione 2012/2013 con il Triplete. Il polacco invece aveva trascinato il Borussia Dortmund in finale massacrando da solo il Real Madrid di Mourinho in semifinale. L'ultima gara di quella Champions vide le due compagini tedesche affrontarsi: i bavaresi alla fine vinsero 2 a 1. 
Ancora una volta però qualcuno non fu d'accordo e sul podio finirono Cristiano Ronaldo, Messi e Ribery, mentre gli altri due furono lasciati fuori da ogni possibilità di vittoria.



23. Luka Modric

Tengo subito a precisare che in realtà Modric ha pienamente meritato quel pallone d'oro. La cosa che in questa circostanza va analizzata è il parametro utilizzato per l'assegnazione finale. Non ha senso dare al croato il pallone d'oro a discapito di Ronaldo quando nel 2010 fu dato a Messi a discapito di Iniesta: entrambi hanno disputato la finale e alla fine lo spagnolo non fu premiato nonostante un mondiale lo avesse vinto, mentre Modric perse la finale del 2018 contro la Francia. 
È vero che il centrocampista del Real Madrid aveva vinto la terza Champions consecutiva ma se dai il Pallone d'Oro a Modric (che resta un fuoriclasse), allora dovevi darlo anche uno degli spagnoli. 

24. Lionel Messi (2019)

L'ultimo pallone d'oro a Messi è stato poi qualcosa di imbarazzante. Oggi molti lo giustificano parlando del numero di gol, eppure, quando Henry abbatteva le difese avversarie di tutta l'Europa, non mi pare che France Football lo abbia premiato, così come non è successo a Eto'o o a qualcun altro. 

Il pallone d'oro oggi è diventata una moda che serve a tenere in piedi i giocatori che colpiscono anche da un punto di vista collegato all'immagine. CR7 è il bello senza taguaggi, esempio di devozione all'allenamento e al lavoro; Messi invece il ragazzo più grezzo, pieno di tatuaggi nonché la perfetta controparte del portoghese. Un dualismo perfetto che non si vedeva da tempo immemore, anzi, forse non si era mai visto prima. 














sabato 28 marzo 2020

Il Corvo: il ritratto del dolore e della vendetta nel fumetto di James O'Barr


Nel mondo dell'intrattenimento sono stati scritte intere opere sul tema del dolore e soprattutto della vendetta. Libri, fumetti, videogiochi e film di svariati autori hanno messo in risalto quanto sia possibile creare storie di grande significato da dolore dei proprie personaggi, indipendentemente dalle origini e dalle influenze che li hanno creati.

Uno delle opere che mi ha maggiormente colpito in tal senso è "Il Corvo", fumetto creato negli anni '80 da James O'Barr, il quale aveva consegnato ai suoi lettori una pietra miliare di cui ancora oggi se ne parla tanto, senza che passi di moda. "Il Corvo" è stata fonte di ispirazione anche per molti altri autori di fumetti e pellicole cinematografiche. Il successo ottenuto da Eric Draven e dagli altri personaggi di questa storia sono stati tali non solo da creare un'immagine iconica ma anche da indurre il regista Alex Proyas a dirigerne una trasposizione cinematografica nel 1994, con l'interpretazione del compianto Brandon Lee, morto proprio durante le riprese del film (ma questo ne parleremo in un altro articolo). Il lungometraggio è stato poi il passo finale che ha permesso alla versione cartacea di ottenere ancora più successo ed essere conosciuto in tutto il mondo.



L'autore

James O'Barr è nato l'1 gennaio 1960 a Detroit ed è cresciuto fino all'età di sette anni in un orfanotrofio. Da studente ha sviluppato una grande passione per la scultura e la fotografia.

La tragedia che ha sconvolto la sua vita, risale al 1987, quando la sua dolce Beverly fu travolta e uccisa da un pirata della strada totalmente ubriaco. Per cercare di lasciarsi alle spalle la tragedia, O'Barr decise di arruolarsi nei Marines degli Stati Uniti. Negli anni in cui ha vissuto a Berlino da soldato, non solo ha cominciato a lavorare come illustratore di manuali da combattimento ma ha avviato anche la realizzazione delle pagine de "Il Corvo".

A fine anni ottanta è riuscito a pubblicare la sua opera che ha ottenuto grande successo. La sua fama però è cresciuta sempre di più grazie all'omonimo film del 1994, interpretato da Brandon Lee. O'Barr vive attualmente a Dallas, in Texas, ed è padre di due bambini, Erik, nato nel 1992 dal secondo matrimonio e Noelle, dal quarto matrimonio.



La nascita de "Il Corvo"

Il fumetto ha avuto origine prima di tutto dal dolore personale dell'autore James O'Barr. Infatti, la sua fidanzata morì in un tragico incidente stradale, durante il quale fu investita da un pirata della strada. In poco tempo tutti i sentimenti più negativi che un uomo possa nutrire si incastonarono nella figura di O'Barr, afflitto dal dispiacere di non aver potuto far nulla per evitare la tragedia che gli ha portato via la persona a cui teneva di più.

O'Barr cominciò a disegnare le prime tavole de "Il Corvo", fino a quando non decise di approfondire i particolari ispirandosi alla storia di una coppia uccisa a Detroit per una anello da 20 dollari.

Tra il 1988 e il 1989 ci fu la prima pubblicazione del fumetto "Il Corvo", le cui pagine furono poi recuperate e aggiornate dall'autore con il passare degli, fino ad aggiungere sempre più pagine che renderanno la sua opera completa nell'anno 2011. Non a caso, mi ritrovo tra le mani la versione italiana e completa pubblicata da Edizioni Bd Fumetti. Qui è possibile notare l'introduzione della donna in nero che in precedenza non era presente, ma soprattutto sono presenti tutti i flashback principale della vita che Eric aveva passata insieme alla sua Shelly, dei giorni felici culminata nella promessa di matrimonio, prima che tutto finisse male per colpa della malvagità degli esseri umani.
Tra le parti aggiunte in un secondo momento, c'è anche quella del cavallo lucente, l'immagine del senso di colpa sia di Eric sia del suo autore nel non aver potuto far nulla per evitare la morte di Shelly.



La trama

La trama è ormai nota a tutti e ha colpito la maggior parte degli appassionati per la sua semplicità e linearità. L'obiettivo è la vendetta? O'Barr crea dunque un unico filo conduttore, distorto soltanto dai flashback del personaggio, incentrando l'attenzione sull'unico obiettivo di Eric dopo essere risorto: "tutti devono morire".

Nel fumetto ritroviamo Eric già nei panni del "Corvo", accompagnato ovviamente dall'omonimo uccello che spesso gli parla. Nell'arco delle numerose pagine si notano le capacità del protagonista, il quale riesce a reggere qualsiasi confronto fisico con estrema facilità, riuscendo a non risentire dei colpi subiti, essendo immortale (immortalità che durerà fino a quando non avrà portato a termine il proprio piano di vendetta).

Uno dietro l'altro, Eric riesce a uccidere coloro che eliminarono lui e Shelly, la quale fu anche costretta a subire atroci violenze sessuali. Il tutto avvenne in una notte in cui la coppia rimase a piedi per via dell'auto andata in panne. Le uniche persone che poterono soccorrerli furono proprio i loro assassini: Tom Tom, Tin Tin, Funny Boy, Top Dollar e il loro capo T-Bird (nel film il leader della banda è Top Dollar). In questo pezzo che ritrai l'inizio del male firmato O'Barr, vediamo Eric ucciso mentre dà le spalle a T-Bird, poi è costretto a vedere la sua donna stuprata a turno. La scena poi si sposta in ospedale e piano piano il lettore vede il povero malcapitato morire, per poi tornare poco tempo dopo dal mondo dei morti, risvegliato dal richiamo di un corvo. Eric si incammina dunque lungo una strada fatta di sangue e lacrime. Alla fine, dopo aver ucciso T-Bird, in nostro antieroe torna presso la sua tomba, lasciandosi andare per l'ultima volta all'abbraccio dei ricordi che furono, tornando così dalla sua Shelly che aveva ottenuto giustizia.



La figura di Eric nel fumetto

Lungo tutta la storia, Eric si muove come un angelo della morte vero e proprio. Sembra quasi che riesca ad attribuire la fine giusta a ognuno di loro, riuscendo non solo a sottometterli fisicamente ma anche mentalmente. A ciascuno delle sue vittime Eric impone anche la sua filosofia della giustizia e della vendetta, come se cercasse di far capire a loro la gravità dei loro reati. La cosa che più colpisce nel personaggio disegnato da O'Barr è il fatto che riesca ad alternare momenti romantici e di grande umanità (da vedere la scena della piccola Sherri e di sua madre) a momenti di immane mostruosità. Ma del resto, parliamo di un fumetto violento sulla vendetta e l'odio. Ed è proprio qui che O'Barr è riuscito a creare un'opera precisa che non annoia mai, senza inutili sotterfugi per allungare il brodo.

Personalmente, la cosa che più mi ha colpito della storia, sono stati i momenti in cui Eric pensa a Shelly: tutto il dolore e la disperazione sono concentrati in quelle 40 pagine di memorie dell'odio che O'Barr aggiunse molto dopo. Le poesie, la casa, la promessa di matrimonio, i momenti di intimità e quelli di ilarità. Tutto viene distrutto dall'immagine di un Eric dipinto in volto e con il corpo pieno di cicatrici, avvolto tra l'altro in un abbraccio di sé stesso che concentra tutta la rabbia che una persona possa nutrire. Ma non solo rabbia: dolore, dispiacere, sensi di colpa e voglia di tornare indietro. Ma Eric non può tornare indietro e l'unica cosa che può fare e fare il bagno nel sangue dei suoi nemici, fino a che non avrà appagato le suo senso di vuoto.

Per tutto il proseguo della storia, gli unici amici di Eric sono il corvo e un'immagine alternativa della morte, per non parlare di visioni celestiali alternata a manifestazioni macabre del passato e del presente. La donna in nero e il cavallo lucente sono la sintesi dell'animo del protagonista, figlio del suo autore a sua volta affranto dal dolore della perdita.



Il ritratto interiore del dolore e della vendetta

"Il Corvo", in fin dei conti, è questo: la sintesi dei sentimenti più oscuri del suo autore, il quale ha riportato nero su bianco tutto ciò che avrebbe voluto buttar fuori per cercare di lasciarsi alle spalle le sofferenze di una vita martoriata. Ciò che O'Barr vorrebbe essere lo è Eric. Ciò che O'Barr non è in grado di fare si materializza nelle sue tavole, dando un volto e dei nomi ai fantasmi del suo passato. Alla fine poi arriva la redenzione e quello che sembra essere la fine di un incubo.



Curiosità e influenze

La versione fumettistica de "Il Corvo" presenta molte delle influenze culturali dell'autore e dell'epoca in cui ha vissuto. Innanzitutto, lo stile risulta molto alternato da disegni più macabri e "sporchi" a tavole più lucenti e "pulite". Con sporco e pulito si fa riferimento alle scene in cui i tratti somatici dei personaggi risultano molto cupi e macabri per poi diventare più semplici e "umani" in altre circostanze. O'Barr è inoltre bravo ad attribuire a ciascuno dei suoi personaggi una forma di bruttezza o bellezza dettata dalla propria condizione di vita. Funny Boy, ad esempio, all'inizio appare come uno degli elementi di spicco della banda, a dir poco sicuro di sé e con un velo di temerarietà. Poi viene ritratto in maniera perfetta per quello che è: un tossicodipendente che ha paura di ciò che non conosce ed è disposto a tutto pur di sopravvivere.

Tra i massimi punti di riferimento, O'Barr si affida molto ai pittori legati alla corrente dell'impressionismo. Tuttavia, come dichiarato da lui in un'intervista rilasciata a "fumettolofica.it", c'è molto della cultura punk-rock di quella generazione, anche se sono più evidenti le ambientazioni grottesche presenti nei lavori di Tim Burton o nella musica dei Cure. Non a caso, il trucco di Eric rimanda tantissimo a quella cultura e crea una maschera che si avvicina di molto ai volti in bianco e nero dei Kiss, anche se O'Barr dichiarò di essersi ispirato particolarmente ai Joy Divsion e soprattutto al volto del vocalist dei Bahihaus Peter Murphy.

Una lezione di vita: l'importanza dell'arte per esorcizzare i propri demoni

Il fumetto è un'arte e come spesso capita un autore riesce tramite essa ad esorcizzare i propri demoni. Certo, non a tutti è andata bene come a James O'Barr, ma quest'ultimo è stato in grado di parlare di sé in maniera così estrema e grottesca da riuscire a creare una storia diventata di culto per gli amanti di quest'opera indimenticabile.











giovedì 26 marzo 2020

Sport Nike, The Mission 2000: quando Davids e compagni affrontarono i samurai


Dopo un lungo silenzio torna la Puteca di Pakos e lo fa con una cosa leggera e nostalgica, visti anche i tempi recenti in cui il mondo si trova costretto a combattere con la pandemia da covid 19.

Torna la rubrica dedicata ai leggendari spot della Nike, quella in cui gli eroi del calcio della nostra infanzia combattevano tra di loro e contro perfidi nemici in nome del pallone. Proprio il pallone diventa la reliquia da recuperare nella nuova avventura dell'anno 2000.

Il video

Nel 2000 arriva il quarto spot della nota azienda di abbigliamento sportivo. "The mission", infatti, segue "Good vs Evil" (1995), "The Beach" (1997) e "The Airport" (1998). Quest'ultima pubblicità è stata realizzata dalla coppia Wieden e Kennedy, con la direzione di Tarsem Singh, lo stesso regista che nel 1995 diede vita al primo capitolo della saga.

La trama

Un furgone guidato dal carismatico allenatore Louis van Gaal si ferma davanti a un edificio. L'ex allenatore di Ajax e Barcellona ha il compiuto di guidare una squadra di super professionisti a recuperare il nuovo Pallone Nike, tenuto sotto stretto controllo da un esercito di samurai.
L'edifico in questione è infatti un tempio sacro e accedere al suo interno non è facile visto il particolare sistema di sicurezza caratterizzato da allarmi molto sofisticati.

Gli eroi di questa nuova avventura sono alcuni tra i massimi fuoriclasse dell'epoca: Edgar Davids, Pep Guardiola, Andy Cole, Dwight Yorke, Luis Figo, Oliver Bierhoff, Hidetoshi Nakata e il nostro italiano Francesco Totti.

Durante una lunga serie di passaggi, proprio l'olandese della Juventus e Bierhoff riescono ad abbattere l'esercito di samurai, recuperare il pallone Nike e riuscire a scappare dopo che Van Gaal è riuscito a procurarsi un elicottero per la fuga. Non sappiamo gli altri protagonisti che fine abbiano fatto, ma diversi di loro ne hanno prese di santa ragione. L'esplosione del tempio lascia intendere che tutto.



I protagonisti

Passiamo adesso alla scheda dei calciatori e dell'allenatore che hanno preso parte al progetto che in poco tempo diventò un cult e lanciò soprattutto Edgar Davids, consacrandolo come uno dei maestri del freestyle calcistico.


  • Louis Van Gaal: Il capo della spedizione Nike è uno dei più grandi allenatori degli anni '90, uno che si è fatto amare per le sue idee sofisticate del calcio ma anche odiare per il suo carattere non certo docile. Ad Amesterdam, in Olanda, è ricordato come una leggenda visto che vinse la quarta e ultima Coppa dei Campioni firmata Ajax, facendo riferimento tra l'altro a una generazione di calciatori che di lì a poco avrebbe conquistato l'Europa. Tutti giovani, mescolati con qualche campione di esperienza prossimo a concludere la propria carriera. Con quell'Ajax, Van Gaal vinse tutto quello che c'era da vincere, poi nel 1997 lanciò i lancieri per allenare il Barcellona in Spagna: anche qui lasciò il segno, ma non vinse come gli capitò di fare in Olanda. Nel 2000, anno dello spot Nike, Van Gaal passò proprio dai blaugrana alla nazionale di calcio olandese, dove steccò di brutto mancando la qualificazione ai mondiali del 2002. 

  • Edgar Davids: il centrocampista olandese è stata una delle icone del calcio freestyle di quegli anni. A proposito di Ajax, lui era proprio un di quei giovani sui quali Van Gaal costruì le proprie fortune in Olanda e i Europa. Infatti, il mastino Edgar giocava in coppia con un altro ragazzo con le treccine: Clarence Seedorf. Nel 2000 Davids si era affermato in Italia con la Juventus. Dopo essere stato acquistato dal Milan nel 1996, l'olandese aveva deluso le aspettative insieme ad altri compagni provenienti proprio dall'Ajax. L'allenatore bianconero Marcello Lippi però lo volle a Torino e su di lui creò una delle basi più solide del gioco della Juventus. Davids infatti ha militato insieme a Del Piero e compagni dal 1997 al 2004, per poi rompere i rapporti con la società e provare fortuna altrove.

  • Pep Guardiola: non sono sicuro che il tipo con i capelli rasati sia proprio Guardiola, attuale allenatore del Manchester City, ma consultando diversi siti pare che quello intravisto a lanciare un pallone in mezzo alla sala del tempio dei samurai sia proprio l'ex capitano e allenatore del Barcellona. Nel 2000, Pep era ancora un calciatore dei balugrana, ma era ormai ai titoli di coda visto che nella stagione 2001-2002 si trasferì in Italia per vestire la maglia del Brescia (dove poi venne squalificato per doping). In quegli anni comunque Guardiola era reputato uno dei centrocampisti più brillanti e precisi del mondo: non è un caso che i primi veri successi internazionali arrivarono con lui in campo e altri giocatori importanti come Laudrup, Koeman e Stoichkov. L'allenatore era poi un certo Johan Cruijff. Oggi, Guardiola è uno degli allenatori più vincenti e preparati d'Europa (a dirlo è il suo palmares).

  • Andy Cole e Dwight Yorke: non potevano mancare in questo video i Calypso Boys che aveva fatto faville ai tempi del Manchester United sotto la guida di sir Alex Ferguson. Il primo inglese, il secondo del Trinidad e Tobago. In quattro anni che hanno giocato insieme, Cole e Yorke sono stati l'incubo peggiore delle difese e dei portieri di mezza Europa, mettendo gol e grinta in ogni partita che giocavano. Erano amati da tutti e ancora oggi sono considerati come una delle coppie di attaccanti più forti mai viste nel nostro continente. Con i Red Devils hanno vinto la Coppa dei Campioni nella stagione 1998-99.
  • Luis Figo. Poteva mai mancare un pallone d'oro in questa fantastica avventura della Nike? Certo che no ed ecco che Luis Figo. Il portoghese in quell'anno era stato reduce da un buon europeo con la sua nazionale di calcio, fermata in semifinale dalla Francia di Zidane che poi avrebbe vinto il torneo. Il 2000 fu un anno importante per Figo non solo per lo spot Nike e per il pallone d'oro che vinse qualche mese dopo, ma anche per il suo trasferimento dal Barcellona (dove era un indolo) agli acerrimi nemici del Real Madrid: tale passaggio, è considerato ancora oggi come uno dei più grandi tradimenti della storia. Figo con il Real Madrid vince la Champions League, la Supercoppa Europea, la Coppa Intercontinentale e due scudetti. 

  • Oliver Bierhoff. Il tedesco diventato famoso per aver avuto la testa più precisa d'Europa. Infatti, i suoi colpi di testa hanno permesso Germania di aggiudicarsi gli Europei del 1996, grazie appunto a due miracoli dell'ex gloria di Udinese e Milan che era entrato nel secondo tempo. La carriera di Bierhoff è stata molto particolare. Dopo aver fatto piangere a suon di gol la serie B con l'Ascoli, fece altrettanto con l'Udinese in Serie A, arrivando ad aggiudicarsi il titolo di capocannoniere nella stagione 1997-98 con 27 reti, a discapito del secondo classificato Ronaldo (il brasiliano). Proprio in quella fortunata annata, l'Udinese finì il campionato al terzo posto, convincendo il Milan di Berlusconi a ingaggiare lo stesso Bierhoff e l'allenatore Zaccheroni. L'avventura rossonera non fu fortunatissima: dopo aver vinto lo scudetto (alla fine di una straordinaria rimonta in classifica), il tedesco lasciò Milano dopo tre stagioni e una media gol che calò inesorabilmente anno dopo anno. Il suo nome però rientra per tanti motivi nei cuori di chi l'ha visto giocare. Nello sport Nike lo vediamo abbattere il capo dei samurai con un tiro al volo: una cosa inverosimile se si pensa che la sua specialità era il colpo di testa. Non importava in che punto del campo di trovasse: quando Bierhoff toccava la palla con quel testone biondo c'era poco fa fare perché nel 90 per cento dei casi era gol.

  • Hidetoshi Nakata. Forse il miglior giapponese mai visto in Italia e in Europa. Nakata è stato uno dei pochi asiatici a fare vedere buone cose con i piedi. Arrivato nel 1998 a Perugia, l'idolo del Sol Levante si mise in mostra segnando subito una doppietta contro la Juventus in un match campionato che vide i bianconeri vincere con fatica in terra Umbra con il risultato di 3 a 4. Nakata conquistò la folla del pallone e la sua consacrazione arrivò nel gennaio 2000 quando la Roma di Sensi lo acquistò per 30 miliardi di lire. L'anno dopo vinse lo scudetto con i giallorossi a discapito della Juventus di Ancelotti. Uno dei suoi gol fu infatti fondamentale nel pareggio in rimonta terminato poi 2-2 proprio contro i bianconeri. L'avventura sotto all'ombra del Colosseo però durò poco. Infatti Nakata passò al Parma, dove vinse una Coppa Italia. In un'occasione è stato anche tra i candidati al Pallone d'Oro. 

  • Francesco Totti. Ultimo (ma non per demeriti ma per ovazione) è il nostro Pupone, leggendario capitano della Roma che vinse lo scudetto nella stagione 2000-2001. Nell'anno di "The Mission", Totti era arrivato ormai al punto più alto della sua carriera nonostante fosse ancora giovane. Aveva infatti conquistato un argento agli Europei del 2000 (persi in malo modo contro la Francia di Zidane) e poi si aggiudicò il tricolore insieme a Nakata, Montella e Batistuta. In quel periodo ebbe anche un paio di nomination al Pallone d'Oro, senza però vincere l'ambito premio. A cavallo tra gli anni '90 e gli anni 2000 (prima dell'infortunio del 2006), Er Pupone era considerato il miglior trequartista al mondo proprio insieme allo stesso Zidane (ancora in forza alla Juventus prima del doloroso passaggio al Real Madrid)

Ecco il link dove vedere il video dello sport Nike "The Mission" del 2000:



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